Gilad Atzmon & The Orient House Ensemble

* Esclusiva BlueArt Mng *

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Il suo stile jazzistico è principalmente Be Bop/Hard Bop, fino ad arrivare al Free Jazz, con una notevole capacità di improvvisazione, in termini di velocità, di energia ed intensità, al punto di essere capace di suonare due sassofoni contemporaneamente.

Nato nel 1963, Gilad Atzmon è un affermato musicista e produttore di jazz, ma anche scrittore, saggista e commentatore politico di grande successo. Israeliano di nascita, oggi naturalizzato britannico, ha servito nell’esercito del suo paese ma ha poi scelto la via dell’esilio nel 1994, in completo disaccordo con la politica dello stato israeliano e con le pratiche del sionismo.
Come musicista si è formato all’Accademia Rubin di Gerusalemme in jazz e composizione. Da sempre interessato agli ibridi culturali e al melting-pot delle città contemporanee, Atzmon ha tentato sin dagli inizi di fondere nella sua musica l’improvvisazione jazzistica, la musica del Vicino Oriente, le sonorità dell’Europa dell’Est. Ha iniziato a produrre dischi in proprio nei primi anni ’90 e ha fondato il suo Orient House Ensemble nel 2000. Da allora con questo gruppo, che ha avuto solo rarissimi ritocchi di organico, ha suonato in Europa, America e Asia ed ha prodotto una manciata di preziosi CD che alla progettualità meramente musicale abbinano spesso la riflessione sociale e politica. Sempre guidata da una vivacità, un’urgenza, una spontaneità uniche, la poetica di Gilad Atzmon si è profilata fra le più interessanti espressioni della nuova musicalità contemporanea. Dopo aver pubblicato nel 2010 uno splendido album intitolato For the ghosts within, composto, arrangiato ed interpretato assieme al leggendario Robert Wyatt e alla violinista Ros Stephen, Atzmon ha da poco dato alle stampe un nuovo CD con la sua band stabile dal titolo The tide has changed.
Come scrittore Atzmon è tradotto in tutto il mondo. Ha pubblicato diversi saggi e romanzi tra i quali “A guide to the perplexed”, “My one & only love” e il recente “Wandering who?”, dove prosegue la critica ai concetti di identità e di identificazione quali nozioni fondamentali del pensiero intellettuale del secondo Dopoguerra.

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